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Prelievi e versamenti sul conto: quali limiti?

Prelievi e versamenti sul conto: quali limiti?

I limiti all’uso dei contanti in banca e nei pagamenti tra soggetti diversi. Ecco quando si rischia anche con il fisco.

C’è sempre tanta confusione e timore quando si parla di contanti, specie nel momento in cui questi transitano attraverso un conto corrente. E ciò perché, a differenza dei passaggi di denaro per “mani”, quelli in banca sono tracciabili e perseguibili dalle autorità. Autorità che, in questo modo, finiscono per controllare non solo eventuali traffici illeciti, ma anche l’evasione fiscale. Con la fine dell’epoca del segreto bancario e il passaggio a quella della totale trasparenza, gli istituti di credito sono diventati fedeli alleati dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza, alle cui attività di indagine partecipano consegnando, in tempo reale, numerose informazioni sui contribuenti. In una apposita sezione dell’Anagrafe tributaria denominata “Anagrafe dei conti correnti” (o meglio “Archivio dei rapporti finanziari”) finiscono non solo prelievi, versamenti e saldi conto ma anche un’ampia serie di dati relativi alla clientela: dai contratti di deposito e gestione dei titoli alle cassette di sicurezza, dai bonifici ricevuti a quelli effettuati, ecc. Gli operatori finanziari non possono sottrarsi a tali obblighi di comunicazione. Ecco perché è bene conoscere quali sono i limiti di prelievi e versamenti sul conto. Cosa prevede la legge sui contanti e quella sul riciclaggio del denaro? Fino a quale importo è possibile fare un deposito in banca senza temere un controllo? Di tanto parleremo nel seguente articolo.

Indice

1 Limiti all’uso dei contanti
2 Prelievi e versamenti sul conto: possono essere controllati dal fisco?
3 Limiti ai versamenti di denaro in contanti sul conto
4 Limiti ai prelievi di denaro in contanti sul conto

Limiti all’uso dei contanti

In linea generale, la legge vieta l’uso dei contanti per somme superiori a 2.999,99 euro. In pratica, quando bisogna trasferire almeno 3.000 euro a un’altra persona – a prescindere dalla ragione (una vendita, un regalo, un prestito, ecc.) – bisogna farlo con “strumenti tracciabili” come bonifici bancari, carte di credito, bancomat, assegni non trasferibili. “Strumenti tracciabili” significa che “devono lasciare traccia” documentale in modo che, anche a distanza di anni, vi sia la prova certa della data in cui questi movimenti sono stati fatti e dell’identità dei soggetti coinvolti. Questo non significa però che, anche dopo numerosi anni, le autorità possono andare a ficcare il naso nei conti correnti altrui. Difatti, se lo scopo dell’indagine è l’accertamento di un reato bisogna rispettare i normali termini di prescrizione. Se invece ad agire è il fisco per verificare eventuali evasioni, la possibilità di azione deve contenersi entro i termini di decadenza: cinque anni in caso di dichiarazioni dei redditi infedeli (quando, ad esempio, non vengono denunciate somme ricevute come corrispettivi) o sette anni in caso di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi. Scaduto questo margine di tempo, il titolare del rapporto bancario è libero da qualsiasi rischio.
Prelievi e versamenti sul conto: possono essere controllati dal fisco?

Una cosa è dire che prelievi e versamenti possono essere in astratto conoscibili alle autorità, un’altra invece è che queste informazioni possano dare poi origine a controlli. Come vedremo a breve, seppure il fisco è in grado di sapere quanti soldi preleviamo al bancomat non potrà mai chiederci spiegazioni di come li abbiamo utilizzati. Al contrario, se riceviamo un bonifico da un amico, l’Agenzia delle Entrate potrà pretendere di sapere per quale ragione è arrivato l’accredito.

Sicuramente, quando l’azione degli agenti è rivolta al contrasto dell’evasione fiscale questi sono tenuti a rispettare paletti più stringenti; se invece lo scopo è la prevenzione di illeciti penali hanno margini di manovra più ampi. Né potrebbe essere diversamente visto che la sicurezza pubblica è sicuramente un bene più importante del recupero delle entrate tributarie.

Per stabilire se prelievi e versamenti sul conto possono essere controllati dal fisco, operiamo su due diversi binari. Il primo è il rispetto della normativa sulla tracciabilità dei pagamenti che, come detto, per somme a partire da 3.000 euro esclude l’uso dei contanti. Il secondo è invece la necessità di essere pronti a giustificare eventuali movimentazioni di denaro in banca qualora l’Agenzia delle Entrate dovesse chiedere giustificazioni. Come vedremo a breve, si tratta di due discipline completamente diverse, seppure in molti le sovrappongono.
Limiti ai versamenti di denaro in contanti sul conto

Immagina di aver accumulato a casa una cospicua somma in contanti, frutto di regali, vincite e vari lavori effettuati e poi pagati tramite cash. Decidi di versare i soldi sul tuo conto corrente in un’unica soluzione. Si tratta di un comportamento vietato? Assolutamente no, anche se questo comportamento può comportare il rischio di un controllo fiscale. Cerchiamo di capire perché.

Dal punto di vista della normativa antiriciclaggio non stai commettendo alcun illecito. Difatti la legge [1] prevede un limite di 2.999,99 euro al trasferimento di denaro contante effettuato in favore di soggetti diversi. Nel caso del versamento bancario, non c’è un trasferimento di questo tipo poiché il denaro resta nella disponibilità del correntista. In pratica la banca svolge un compito di semplice depositaria.

Stesso discorso vale quando il versamento proviene da un altro soggetto: se tuo padre, per sovvenzionarti, dovesse versare sul tuo conto una somma in contanti superiore a tremila euro o effettuare un bonifico di pari valore, non violeresti la normativa sull’antiriciclaggio. Difatti, in entrambi i casi, tutto è avvenuto correttamente: o perché è stato utilizzato uno strumento tracciabile (il bonifico) o perché l’operazione è avvenuta attraverso un intermediario finanziario (la banca, tramite il versamento del denaro allo sportello).

Dicevamo però che questo comportamento può creare dei problemi dal punto di vista fiscale. Difatti, l’Agenzia delle Entrate può – nell’ambito dei controlli contro l’evasione fiscale – chiedere spiegazioni al contribuente circa la provenienza del denaro e le ragioni dell’accredito. Potrebbe cioè pretendere di sapere a che titolo è stato ricevuto il bonifico se non risulta traccia dello stesso nella dichiarazione dei redditi oppure da quali fonti provengono i contanti che hai versato sul conto. Non ti basterà dire che si tratta di risparmi accumulati in casa: per “certificare” la natura non imponibile di tali somme (provenienti ad esempio da regali o vincite) dovrai dare una prova documentale, cosa tutt’altro che facile dopo molto tempo. Servirà cioè una scrittura privata con “data certa” o registrata.

Concludendo: i versamenti sul conto sono liberi per la normativa sull’antiriciclaggio – cosicché ciascuno può versare sul conto qualsiasi importo, anche superiore a tremila euro – ma deve tenersi pronto a fornire giustificazioni all’Agenzia delle Entrate qualora dovesse chiedere di sapere come il contribuente si è procurato tali soldi.
Limiti ai prelievi di denaro in contanti sul conto

Diverso è il discorso per i prelievi. Se il titolare del conto non è un’impresa, questi sono liberi sia ai fini della normativa sull’antiriciclaggio, sia ai fini di quella sui controlli fiscali. L’Agenzia delle Entrate non può chiedere spiegazioni del perché hai prelevato 10mila euro dal conto o pretendere di sapere come li spenderai. Lo potrà però fare il dipendente della banca che, nel momento in cui effettuerai il prelievo di contanti, ti farà compilare un questionario da inviare alla direzione. Questo serve solo per fornire informazioni alla UIF, l’unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia. Ma ciò solo al fine di verificare se stai commettendo un reato. Quindi se il denaro non ti serve per comprare droga, fare traffico di armi o finanziare terroristi o comunque per altri reati puoi stare tranquillo.

Fonte: Diritto e fisco

 

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